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Belgrado, 24 marzo 1999
Sto scrivendo nella sala dei computer alla biblioteca civica di Belgrado,
quando uno studente che lavora qui, con voce molto calma legge da un rapporto
che e' apparso sul sito internet della CNN. "Gli aerei americani hanno
lasciato la base di Aviano. Esplosioni vengono riportate in varie citta'
iugoslave." Allora e' cominciato. Studenti e impiegati della biblioteca si
afollano di fronte al computer. Tutti sembrano alquanto distaccati, come se le
bombe stessero cadendo su un'altro paese. Un'impiegato della biblioteca
annuncia, con un sorriso apologetico, che in vista della situazione, la
biblioteca chiudera' un'ora in anticipo, alle dieci di sera.
Un po' piu' tardi, quando passo di fronte alla stazione della metropolitana, c'e' una piccola folla di giovani, studenti universitari che vivono nei vicini dormitori dell'universita'. Vedono bene che sono straniero e cominciano a parlarmi. "Ma guarda un po', uno straniero ancora in città, non sei preoccupato? E da dove vieni?" Un americano, questo non se l'aspettavano, ma sorridono ancora e vogliono sapere la mia opinione su questa guerra maledetta. Cio' che vogliono sapere da me e' questo: "Ma perchè gli Americani ci odiano tanto, noi che siamo sempre stati loro amici e alleati? Perchè vogliono portarci via la nostra terra e darla agli Albanesi, che fino al 1990 sono stati nemici dell'America? Tutti sono convinti che il piano americano di autonomia consegnerebbe il Kosovo a un'organizzazione terroristica e che tutte le minoranze dovrebbero andarsene o essere uccise. Una giovane donna mi chiede che cosa ci faccio a Belgrado e io le rispondo che sono qui per scrivere un libro. Ridendo lei replica: "Non ti credo. Forse sei uno di quei piloti che sono stati abbattuti." Tutti ridono,io li saluto e ho fatto cento passi quando suonano le sirene. All svelta tutti si dirigono verso l'entrata della metropolitana. Giù per le scale, ecco una sala sontuosa di marmo, splendente e pulita, e poi altre scale che conducono ad una scala mobile, la più lunga che ho mai visto. In fondo, sulla piattaforma del treno, centinaia di persone. Cosi' questa è la guerra, proprio come me la ricordo da quando ero bambino. Ecco una mamma , seduta su una coperta, che legge un libro ai suoi tre bambini. Molti genitori con bambini addormentati, avvolti in coperte. Due rumeni con borsoni pieni di vestiario che hanno portato qui per vendere--questa guerra loro non se l'aspettavano. Una grande famiglia di zingari seduti contro il muro. I vecchi hanno portato sedie pieghevoli, bottiglie di acqua, thermos di caffè caldo. Una cosa che non mi ricordo di aver visto durante la seconda guerra mondiale nei rifugi sono i cani. Una signora dai capelli bianchi con il suo pechinese in braccio e vi sono qui perfino alcuni cani grossi. Tutti molto civili e tolleranti: qui anche i cani hanno diritti, e nessuno cerca di mandare l'americano su in strada, che si goda le sue bombe.
Ora capisco il significato della "buona notte" serba. Di giorno si dice buondi', buon giorno,come in Italia, ma la sera, quando si parte, si dice "laku noch", "che tu possa avere una notte facile." Una notte lieve, senza che i turchi, gli albanesi, i tedeschi--o gli americani?--vengano a bruciarti la casa. Un poeta serbo ha scritto un pezzo satirico sullo spiacevole fatto che tutti i serbi hanno costruito le loro case nel luogo sbagliato. Bisognera' muoverle un po' e poi non vi saranno piu' problemi.
Dopo un'ora torno su, ma le sirene suanano di uovo. Torno giu' sulla piattaforma del treno, ma dopo due minuti annunciano che l'allarme e' finito. Applauso. La gente sorride, ci si abbraccia, e ci si dirige verso l'uscita. Su in strada i taxi sono immediatamente riapparsi. La vita continua.
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Belgrado, 27 Marzo 1999
E' venerdì sera, e in auto con due fotografi romeni ci dirigiamo verso la stazione più vicina della metropolitana, sul Boulevard Revolucije. E' strano come in tempo di guerra uno diventa una guida esperta in tre giorni. L'unico problema è che nella città oscurata non posso leggere i nomi delle strade. Non appena siamo usciti dell'automobile, i missili cruiser colpiscono, stavolta abbastanza vicino. Sentiamo uno schianto, e poi delle esplosioni. Dietro agli edifici il cielo si illumina.Corriamo giù per le scale della metropolitana, dove c'è la luce, per apprestare le nostre macchine fotografiche. Torniamo su, e c'è un esodo generale dai portoni delle case vicine. Rivoli di gente convergono e formano un torrente che si riversa nella sotterranea. Nessuno corre, ma camminano svelti, e in silenzio; molti tengono bambini in braccio. Un odore strano, che mi ricorda odore di esplosivo, sembra essere nell'aria. Alcuni dicono che una fabbrica chimica è stata colpita, e tengono dei fazzoletti al viso. Un tipo tira fuori una maschera antigas e se la mette su.
Ora andiamo giù nella sotterranea. Una vecchia sulle stampelle, aiutata giù per le scale da due uomini. Uno spettacolo impressionante, ma niente fotografie: è vietato fotografare in sotterranea, e farlo potrebbe per noi significare espulsione dal paese. Andiamo giù per la scala mobile fino alla piattaforma del treno. Stasera è molto affollato. Mamme con bambini avvolti nelle coperte. Sono le sole che sembrano preoccupate. Uomini e donne senza bambini non sembrano preoccupati, e c'è un continuo saliscendi su e giù per la scala mobile, di gente che va su a fumare. E' questo l'unico luogo a Belgrado dove sia vietato fumare? Ad ogni modo né la polizia né i lavoratori della metropolitana tentano di fermarti se vuoi andare su in strada.
Mi ricordo l'idiozia di quelle prove di attacco nucleare a New York quarant'anni fa, quando gli attivisti anti-nucleari che rifiutavano di "porsi al riparo" in cantina(?!) venivano arrestati. Il solo luogo a Belgrado dove questa mentality di salute pubblica abbia preso radice è l'Hyatt Hotel, a Belgrado Nuova, al di là del fiume Sava, dove i giornalisti occidentali vivono isolati in lusso e splendore orientale. Quella notte, verso l'una, mentre visitavamo un giornalista che risiede lì, la direzione dell'albergo, certamente addestrata in America, ordinò l'evacuazione di tutti gli ospiti. "Fuori dal letto, e tutti in cantina!" Poiché alcuni giornalisti che avevano visto la guerra ben più da vicino avevano ignorato quest'ordine sciocco, giovani affannate, munite di walkie-talkie, furono mandate di stanza in stanza a imporre l'ordine della direzione bacchettona sugli ospiti recalcitranti.
Non so se la maggioranza degli attacchi abbiano luogo di notte per ragioni tattiche o solo per causare un po' di panico,depressione, e nervosismo tra la popolazione, per la mancanza di sonno. Ma le madri sono le sole che sembrano preoccupate. Ieri pomeriggio, ero in un appartamento vicino a una fabbrica che era stata bombardata mercoledì. Si sente una sirena distante. Che fare? Ovviamente ci si affaccia alla finestra per veder passare i cruiser. Un'altra sirena, questa più vicina. Ma per strada tutto sembra normale. I bambini continuano a giocare. Ecco la sirena locale che comincia a ululare. Devo ammettere che ti danno una sensazione paurosa,queste sirene che pina piano si avvicinano e si rispondono come lupi.Adesso sembra che i bambini se ne vadano a casa, devono avere istruzioni. Ma lì, in uno spazio verde, tra queste case popolari, c'è un tavolino,circondato da un gruppetto di uomini che osservano un gioco di scacchi.Giocatori e spettatori sono assorbiti nel gioco. Nessuno si alza. Nessuno si muove. Il gioco degli scacchi continua.
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Belgrado, 29 Marzo, 1999
Ieri, domenica mattina, il primo attacco di mattina. Ha il Signor Clinton deciso che la gente di Belgrado non debba dormir tardi la domenica mattina, o e' colpa mia, che non so ancora la differenza tra il principio e la fine dell'allarme? Il mio Serbo e' troppo elementasre per comprendere i dettagli quando sulla televisione ti spiegano la differenza tra il suono della sirena d'allarme e quello che segnala la fine dell'attacco.
Penso di andare alla chiesa di San Sava. Al capolinea, dove
finiscono un certo numero di linee della filovie, chiedo ad alcuni conducenti
che numero devo prendere, ma essi mi rispondono che la filovia di cui io ho
bisogno non è lì e non sanno quanto dovrò aspettare.
Così incomincio a camminare in quella direzione. Non sono andato per
trenta metri quando una filovia si ferma dall'altro lato della strada e il
conducente mi fa cenno di salire. Dice che mi condurrà per un po' in
direzione di San Sava. Sembra che gli avvocati non siano ancora in controllo in
questo paese. Il conducente non pensa: "Se io mi fermo qui, dove non c'e'
una fermata, e' contrario alle regole. Tutti mi vedono dal casello del
capolinea, qualcuno riportera' l'infrazione e io avro' dei bei problemi. E se
poi se questo straniero cade e si rompe la gamba salendo in filovia, mi fara'
causa. E chissa' che non sia una spia." No, lui pensa che lui guida una
filovia e che il suo compito e' quello di portare la gente in giro per la
citta', e qui c'e' un tipo che vuole andare da qualche parte, e non costa nulla
fare un'altra fermata. Cerco di convalidare il mio biglietto con
l'obliteratrice ma il conducente gesticola di ignorarla. Naturalmente, lo so
gia', non ho ancora visto un' obliteratrice che funzioni, ma io qui sono un
ospite, così devo pretendere di obbedire i regolamenti. Costa 300 lire
andare in autobus o in tram a Belgrado se tu vuoi pagare. Ci sono molti autobus
privati e tutti hanno un bigliettaio. Un poliziotto, che porta sotto il braccio
un elmetto militare blu, sale a bordo. Nè il conducente dell'autobus,
nè il
poliziotto mi chiedono da dove vengo o dove voglio andare e sanno bene che sono
straniero, senza dubbio da un paese della NATO. Sabato sera sono stato fermato
dalla polizia mentre stavo facendo fotografie. Dopo una breve inchiesta e dopo
aver preso note sul mio passaporto e sull'hotel dove sto,mi hanno lasciato
andare.
La chiesa di San Sava è gigantesca, vuota, cavernosa, ancora in
costruzione dagli anni 30. Non c'è nessuno. Quando esco un prete mi
ferma, e mi chiede di spiegargli la mia presenza. Qualche minuto di stentata
conversazione, e poi viene il nulla osta, "nema problema", nessun
problema. Presso la fortezza Kalemegdan, che domina dall'alto il fiume Sava,
una folla circonda tre anziani, con un violoncello, un violino e un oboe.
Quando cominciano a suonare, una ventina di anziani, uomini e donne, formano
una linea e poi un cerchio. Questo è il kolo, l'antica danza della
Serbia. Su una panca li' vicino, un vecchio con indosso un cappello da soldato
tiene sulle ginocchia un tipo di liuto. I baffi bianchi gli cadono giù
sul petto. Poi comincia a suonare accompagnando un canto monotono: e' un poema
epico sul Principe Lazar a Kosovo Polje. Omero deve aver cantato cosi'. Un
concerto rock in Trg Republike, Piazza della Repubblica. Alcuni giovani
distribuiscono bersagli di carta e la gente se li attacca sui vestiti, vicino
al cuore, "per facilitare il buon lavoro della NATO." Stamattina,
alla biblioteca pubblica, dove uso il computer, il personale pensa di cambiare
l'esposizione dei libri nelle vetrine. Libri sugli antichi monasteri serbi,
chiese ed affreschi sono in mostra, e ogni libro è segnato da un
bersaglio. Ieri si è schiantato il primo aereo stealth mai abbattuto e
cosi' va la barzelletta, che c'è una nuova macchina iugoslava che sta
per essere prodotta, chiamata Iugostealth: è invisibile ai radar della
polizia. "Grazie alla Lockheed Aircraft Corporation per il contributo di
dettagli tecnici".
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Belgrado, 1 Aprile 1999
Un altro concerto rock in Piazza della Repubblica. Mi ricorda i concerti contro la guerra degli anni sessanta, prima della carica della polizia. La musica è organizzata ma non vi è una distribuzione di manifesti approvati, ognuno si fa il suo cartellone e lo espone con orgoglio. Non ti dicono quale bandiera sia la migliore. I più preferiscono lo standard bianco rosso e blu, ma alcuni ci aggiungono la stella rossa dei partigiani di Tito. Una bandiera dell'esercito con l'aquila bicipite, una bandiera dei pirati, e una grande bandiera della Macedonia, il paese da dove tre soldati americani, un po' disorientati, sono incappati in mano agli Iugoslavi. Kneza Mihailova, il passeggio di Belgrado, è affollato di venditori di giornali e di bottoni politici. Il bottone più popolare è il bersaglio. Al concerto rock di domenica alcuni cominciarono a distribuire bersagli e i giovani se li appuntarono sul cuore, "per fare il lavoro della NATO più facile." Due giorni dopo i bottoni sono apparsi.
Oggi alcuni dei cantanti sono in uniforme, ma anche loro portano i bersagli sul cuore. Tra gli atti si sente il grido che scandisce "Ne da-mò Ko-so-vò". "Il Kosovo, non lo diamo via." Gli iugoslavi sembrano completamente uniti su questo, eccetto che molti si lamentano, "avremmo dovuto cominciare a lottare nel 1991", prima che il paese avesse perso tanta terra serba e prima che fosse tanto indebolito dagli anni di blocco. Nonostante ciò, l'idea di arrendersi ai padroni del mondo è qui impensabile. Tale deve essere stato il sentimento dei loro bisnonni, che non volevano inchinarsi alla volontà dei Kaiser di Austria e di Germania nel 1914, e dei loro nonni che sfidarono il nuovo padrone dell'Europa nel 1941, e il suo "Ordine Nuovo". In un parallelo storico, si vedono sfidare l' "Ordine Nuovo (mondiale)." Il problema è che non scherzano. Non hanno alcuna intenzione di arrendersi. Hanno sentito che la NATO minaccia di bombardare il centro di Belgrado. Quindi incrociano nastro adesivo sulle finestre e sulle vetrine dei negozi, o lasciano le finestre aperte. Mandano i bambini in campagna o all'estero. Preparandosi per una resistenza a lungo termine hanno imposto il razionamento del tabacco. Ma come ad Atene o a Skoplje si possono sempre comprare sigarette senza tassa al mercato nero dalle zingare.
Oggi è il primo d'aprile. Pesce d'aprile! Ecco un bello scherzetto: la terza città in Iugoslavia ha perso un ponte principale e la provvista d'acqua. Ma arrendersi è impensabile. Ci vorranno due, quattro, otto divisioni per prendere il Kosovo. Quante divisioni per controllare le aree di frontiera e per inseguire i guerriglieri giù in Serbia e in Montenegro? Ci tranquillizzerà presto il presidente dicendo che vede "la luce alla fine del tunnel"? Sembra che gli Iugoslavi siano disposti a fornire il tunnel. I caffè all'aperto su Kneza Mihailova sono affollati. Suonano le sirene. Nessuno corre. Nessuno si alza.
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Belgrado, 3 Aprile 1999
Lasciamo l'ufficio dell'agenzia di stampa a Belgrado Nuova dopo le quattro del mattino. Una bella notte primaverile, la luna brilla. Nessun taxi in vista stasera, quindi camminiamo. Come ci avviciniamo all'Hotel Hyatt una batteria contraerea apre il fuoco nella distanza. Qualcosa esplode nel cielo, ma nulla è stato colpito. La contraerea ricomincia. Voglio tirare fuori il mio registratore, ma John, il mio angelo custode, chiede, "Hai il permesso peri fare questo?" Ovviamente no, quindi continuiamo a camminare con il registratore sicuro nello zaino.
Adesso siamo all'imbocco del ponte e le rare automobili che passano vanno molto veloci: non c'è più alcun limite di velocità su questo ponte. Dovremmo forse mostrare al cielo i nostri passaporti NATO e le nostre press cards mentre attraversiamo? Sentiamo il rumore di un jet e qualche secondo dopo sentiamo dei missili passarci sopra, in viaggio verso l'Hotel Hyatt. Colpiscono qualcosa dietro l'hotel. Una grande esplosione lancia materiale in fiamme più in alto che l'hotel. Un altro missile ci passa sopra. Le finestre dell'Hyatt sembrano accendersi. Hanno fatto uno sbaglio? No, è solo un riflesso. I corvi che nidificano sugli alti alberi che fiancheggiano la strada si sono svegliati, gridando di terrore. Ancora un altro missile. Più esplosioni. Torniamo indietro, verso la scena del fuoco.
E' la stazione termica che fornisce la calefazione per Belgrado. Un grande incendio. Una nube di di fumo nero, sale nel cielo, e ora oscura la luna. I pompieri arrivano. Alcuni uomini sono usciti delle case e guardano. Quando ci avviciniamo John comincia a parlare Serbo. Sono d'accordo, "Da, da." Non c'è bisogno di causare problemi lasciando sapere alla gente che siamo stranieri. Ci avviciniamo al fuoco, ma non abbiamo il permesso di avvicinarci troppo. Sarà meglio ritornare verso il ponte. La fuliggine nell'aria rende l'aria difficile da respirare. Il primo tram del giorno. Il secondo. Il terzo? No, stanno evacuando i tram dal deposito, in un'interminabile processione.
Ritorno all'hotel alle sei di mattina. Per la prima volta dall'inizio dei bombardamenti chiudo la finestra: l'aria è troppo acre da tollerare.
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Belgrado, 6 Aprile 1999
Il mio visto di trenta giorni è terminato e devo lasciare la Iugoslavia. Arrivo alla stazione ferroviaria con ben quindici minuti di anticipo sul treno. La bigliettaia ride: "Niente più' treni. L'americano dovrà stare con noi." Poi vedo che sono andato allo sportello sbagliato. I biglietti internazionali sono dall'altro lato, e mi vendono un biglietto per Zagreb, Croatia. Allora un'altra bigliettaia entra nell'ufficio, e riferisce le ultime notizie: senza scherzi, non ci sono più treni per Zagreb. E neppure treni per Budapest. Dunque si va alla stazione degli autobus, dove compro un biglietto per la frontiera. Due poliziotti in civile mi controllano i documenti. Molto gentili, le mie carte sono in regola. Sono definitivamente il solo turista americano con grande zaino sulla schiena in questa stazione. Attendo qualche ora al ristorante, visito il gabinetto -- devo comprare un gettone per entrarci -- e vado al mio autobus. L'area di partenza degli autobus è circondata da un recinto. Devo girare intorno al recinto e poi trovo l'entrata, ma questa volta il gettone è gratis col biglietto. Se vuoi accompagnare qualcuno al bus, ti costerà due dinari. Un sistema antico per riempire la tesoreria del sultano con piccole tasse e balzelli.
Il personale dell'autobus --l'autista ed il bigliettaio-- sono un po' preoccupati per il mio passaporto americano. Non io. La mia unica preoccupazione qui era che facessi qualcosa di stupido e mi cacciassero fuori. Comunque, partiamo, con quindici minuti di ritardo. Dopo che abbiamo lasciato la città, ecco una linea continua di autobus, parcheggiati sul lato dell'autostrada. Centinaia di autobus. Hanno vuotato i depositi per non perdere tutto con una bomba.
Sull'autobus vi saranno venticinque persone, inclusi alcuni giovani che forse vogliono evitare la leva. Viaggiamo attraverso pianure fertili, tutti stanno arando i loro campi. Alcuni contadini lavorano con le zappe, ma per lo più sono i trattori che fanno il lavoro. Qui non si vedono buoi che tirano l'aratro come avevo visto tornando dal Kosovo. Alla frontiera, aspettiamo venti minuti. Poi viene l'ordine, e tutti lasciano l'autobus e portano il bagaglio alle tavole d'ispezione. Mezzora, poi è' mio turno. Il mio passaporto fa sensazione. Raro in questi giorni. Chiamano un poliziotto il cui inglese è eccellente. Una piacevole conversazione. Arrivederci, e buon viaggio. Il doganiere mi chiede di aprire il bagaglio, e senza guardarci dentro dice, va bene. Penso di rimettere il bagaglio sull'autobus. Non così presto. "Prenda per favore il suo bagaglio e venga con me. In questa stanza per favore. Si sieda, qui." Oh, oh. No, non c'è' alcun problema, questo è l'ufficio del capo, e sembra che tutto quello che vuol fare è parlare di politica. Quando ritorno all'autobus mi aspettano, sono già a bordo. Chiedo scusa a tutti per il mio ritardo.
Ci fermiamo a metà strada tra I due posti di blocco. Un autobus arriva dalla Croatia, si gira, e trasferiamo I nostri bagagli all'autobus a nuovo. Ci fermiamo al posto di blocco croato. Una poliziott croata raccoglie tutti i passaporti salvo il mio, e se ne va. C'è una coppia settantenne, forse ottantenne. Lui indossa un cappello di pelo grigio, è un vecchio molto amichevole dai baffi bianchi, ha tentato di chiacchierare con me prima. Lei è vestita tutta di nero, cammina leggermente piegata. La chiamano fuori all'ufficio. Come scende dice, "Mi ucciderò" "No, no," dicono gli altri passeggeri. Un altro vecchio, che ritorna in Austria, mi spiega, in tedesco, che sono profughi serbi e che vogliono ritornare alla loro casa in Croazia. Lui si è' procurato il passaporto, mentre lei aveva lasciato dietro i documenti quando era fuggita. Il suo visto per la Croazia terminava oggi, quindi hanno deciso di correre il rischio di essere respinti. Le guardie di frontiera iugoslave l'hanno lasciata passare senza documenti, ma I croati non lo hanno permesso. I sacchi sul dorso, tenendo assieme una grande borsa per i manici, penosamente iniziano il ritorno in Iugoslavia.
La poliziotta croata legge l'elenco dei passeggero e tutti danno la loro nazionalità, non la loro cittadinanza. La maggior parte dei passeggeri hanno passaporti Croati, ma rispondono "srbin". Una soltanto risponde "hrvat," croat. Adesso controllano il bagagliaio mentre restiamo sull'autobus. C'è un problema. Un altro vecchio contadino risponde che sì, questa è la sua borsa. " Cos'è questo?" Una sacco di plastica con alcuni pezzi di pancetta casalinga è tirata fuori. "Le è solo permesso un chilo." Va nell'ufficio col sacco di pancetta e ne esce a mani vuote. Immagino che come punizione per aver tentato di portare quattro chili di pancetta in Croatia gliel'hanno presa tutta. Ma per il giornalista americano c'è il trattamento speciale. Non mi guardano il bagaglio, né il passaporto. Nessuno mi domanda, "Dov'è stato, per quanto tempo, e perché?" La poliziotta viene col timbro, apre il mio passaporto, lo timbra sulla prima pagina che ha aperto, e mi augura un buon viaggio. Ecco il futuro dell'Europa. Perché complicare le cose? La Croatia è definitivamente pronta e preparata a entrare nella Comunità Europea. Ci vollero tre ore per attraversare questa frontiera, il tempo uniformemente distribuito sui due lati.
La prossima ispezione è alla frontiera con la Slovenia. Aspettando il treno a Zagabria incontro una coppia greca ed una giovane donna italiana, tutti studenti di arte a Bologna, che sono venuti a Zagabria per le vacanze di Pasqua. La ragazza italiana ha un cane di media taglia con lei. Sono molto impressionato. " Lei può portare un cane sul treno!?" Ma sì che sono civilizzati qui. Sì, lei è anche molto soddisfatta dei regolamenti vigenti sulle ferrovie croate, non ha da nascondere il suo cagnolone, come dovrebbe fare in Italia, dove i cani, se si vedono o si sentono, devono pagare la mezza tariffa.
Le guardie slovene non sono compiaciute del visto iugoslavo sul mio passaporto e decidono di farmi una seria perquisizione. Prima cosa, però, ordinano agli studenti di lasciare il treno. Le due guardie mi guardano tutto ben bene, libri, fotografie, vitamine, e granola, per venticinque minuti. Quando se ne vanno, vado dai miei nuovi amici che sono ancora in piedi li, nel gelo, sulla piattaforma. Fa realmente freddo, sono le due di mattina, e gli dico di ritornare sul treno, le guardie veramente erano interessate soltanto di me, e volevano interrogarmi a loro agio, senza testimoni. Sbagliato. Le guardie ritornano, e i tre studenti devono seguirle di nuovo fuori dal treno. Un'ora dopo ritornano, felicissimi. Non si sa mai, non sarebbe difficile metterti una sigaretta illegale nel sacco. Al confine italiano agli studenti viene ordinato di uscire fuori dal treno un'altra volta. Dico alla polizia italiana, sorridendo, che gli sloveni li hanno già perquisiti e interrogati per un'ora. La risposta è "Badi ai suoi affari". Ritornano dopo una sola mezz'ora, gli italiani sono così ragionevoli. Strano, io, che avevo viaggiato in territorio nemico, sono perquisito dentro il treno. Ma gli studenti li hanno svegliati e tirati fuori dal calore e dalla sicurezza del treno, e li hanno condotti via, come se fossero sotto arresto. Immagino che l'idea sia di fargli fare qualcosa di stupido, come buttare una sigaretta illegale sulla piattaforma del treno. Ma perché questi studenti hanno ricevuto il trattamento speciale? Perché le ragazze hanno i capelli colorati, hanno degli anelli in luoghi strani, e forse sono state recentemente a una party dove qualcuno gli ha dato una sigaretta illegale. Così i guardiani della morale pubblica calcolarono che tra tutti I passeggeri di questo treno gli studenti offrivano le migliori opportunità di un piccolo arresto per una sigaretta. Benvenuti nella Comunità Europea, benvenuti nel Mondo Libero, benvenuti nell'Ordine Nuovo.